Nei Paesi anglosassoni è conosciuto come Social Lending o P2P Lending. È il prestito di denaro da privati ad altri privati attraverso internet. Sul web esistono alcune piattaforme che operano come punto di incontro tra chi ha bisogno di un finanziamento e chi è disposto ad erogarlo, in cerca di un’occasione di investimento e di un buon rendimento. I tassi sono inferiori alla media e non c’è bisogno di intermediazione da parte di alcuna banca o istituto di credito: sono le stesse società che gestiscono le piattaforme ad agire come garante.

Il Social Lending, al netto di comprensibili diffidenze e della lentezza del nostro Paese nell’adottare nuove tecnologie, sta iniziando a prendere campo anche in Italia, complice la cronica carenza di liquidità delle piccole e medie imprese nostrane e la difficoltà che queste incontrano nell’accesso al credito bancario.

I punti di forza di questa particolare formula di prestito sono sostanzialmente due: la disintermediazione e la trasparenza – oltre, come già accennato, ai vantaggiosi tassi di interesse, che in genere oscillano tra il 4 e il 7%. Il livello di sicurezza delle transazioni è allineato agli standard previsti dalla legge nazionale. Un interessante approfondimento sulle modalità con cui accedere a questa formula di prestito 2.0 si trova sul blog risparmio Connoisai di CNP Partners.

Chi ha bisogno di soldi, oggi, può accendere il computer. Molte operazioni si possono fare anche con lo smartphone. Addio banche? Probabilmente no, o almeno, non ancora. Quel che è certo è che alcune piattaforme di Social Lending hanno già fatto il botto, riscuotendo riscontri positivi sia da parte di privati e semplici consumatori, sia dalle aziende alla ricerca di liquidità a condizioni agevolate – migliori di quelle offerte dalle banche – e senza troppa burocrazia di mezzo.

In Europa, tra il 2013 e il 2016, il volume di prestiti formalizzato col P2P Lending ha raggiunto i 4,8 miliardi di euro, di cui 3,9 soltanto in Inghilterra, dove – per la cronaca – ha sede Zopa, la prima società che nel 2004 ha operato con questa formula. Negli Stati Uniti e soprattutto in Cina le piattaforme digitali che offrono questo servizio hanno già spopolato (66 miliardi di dollari nel 2015 soltanto a Pechino e dintorni).

Numeri impressionanti se paragonati al contesto italiano, dove i prestiti concessi tramite Social Lending ammontano a 134 milioni. Il trend è comunque in crescita, considerato che negli ultimi 12 mesi il giro è lievitato del 262% (dati di aprile) e il numero delle piattaforme attive nel settore è pressoché raddoppiato. In Italia le società che offrono questo servizio devono essere registrate nell’elenco degli istituti di pagamento e di conseguenza sono soggette alla vigilanza della Banca d’Italia, requisito fondamentale per poter operare nella piena legalità, visto che dal punto di vista giuridico la gestione professionale del credito è riservata a banche e società finanziarie. Altra cosa è il prestito tra privati, ed è proprio in questo confine che si inserisce il Social Lending.

Gli addetti ai lavori assicurano che i tassi di insoluto (ammontano a circa il 3%) sono molto bassi, rispetto alla montagna di crediti sofferenti che stanno mettendo in ginocchio tante piccole e medie imprese. I creditori sono tutelati dalla rigida selezione di coloro che possono accedere ai prestiti e da apposite polizze assicurative che contribuiscono a coprire in diverse percentuali le somme concesse a credito.

Il successo di questo strumento è dovuto anche alla diffidenza nei confronti delle banche: tanti imprenditori, come dimostrato da numerosi sondaggi, hanno capito che per ottenere un prestito non possono fare affidamento sulle banche. Per trovare fonti alternative di finanziamento hanno iniziato a sperimentare strumenti come l’Invoice Trading e il Social Lending.

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