Foto da estonianworld.com

170 anni, più di un secolo e mezzo: è quanto ci vorrà per colmare il gap nel lavoro tra uomini e donne. Secondo il World Economic Forum oggi, nel mondo, una donna guadagna in media la metà di un uomo, con forti squilibri anche sugli assegni pensionistici.

Negli ultimi anni, questa forbice è andata allargandosi ulteriormente. Nel 2015, infatti, il tempo necessario per colmare il gap era stimato dal WEF in ‘soli’ 118 anni. Basta fare due conti per trarre le debite conclusioni: alle donne, da qui al 2187, non basterà lavorare e studiare quanto (o più) degli uomini per avere pari opportunità di lavoro e di pensione.

In Italia, invece, secondo stime dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (ONDA), le donne guadagnano il 25% in meno rispetto agli uomini e hanno meno possibilità di carriera, sia nel contesto imprenditoriale (l’esponente del gentil sesso riceve il 77% di quanto monetizza il suo concorrente maschio, a parità di idea di business) sia nel lavoro dipendente. La differenza non nasce tanto dalla paga oraria (dove il divario è del 6%), quanto dalla forbice tra salario base e salario reale, determinata da bonus, straordinari, premi.

Poi, il capitolo pensione. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le pensioni non limano, anzi esaltano le disuguaglianze di genere: il divario, in questo caso, è del 41,4%. Così anche il gender gap pensionistico, tradotto in numeri e statistiche, ritrae uno scenario sconfortante.

In Islanda, nel frattempo, l’eguaglianza di genere è diventata legge. A fine marzo è entrata in vigore la norma che prevede un’identica retribuzione tra uomini e donne. Le aziende con più di 25 dipendenti dovranno garantire a tutti pari retribuzione, quali che siano sesso, origine etnica e nazionalità. Non è un caso che Terra del fuoco e del ghiaccio sia stata classificata per 8 anni consecutivi la migliore al mondo per quanto riguarda l’uguaglianza di genere.

Dati che stridono se paragonati alla situazione italiana e che non lasciano spazio a interpretazioni: le differenze, prima ancora che salariali, sono culturali. In questo senso, Reykjavík e Roma sembrano separate da molto più di sei ore di volo.

Nel 2187 saremmo tutti sullo stesso piano ma non è detto, dopotutto, che la situazione sarà tanto migliore di quella attuale: secondo Assoprevidenza i millennials, cioè tutti i nati tra il 1980 e il 2000, rischieranno di non avere una pensione decente. Complici le prospettive economiche volatili, le incertezze occupazionali e il calo demografico, a questa generazione nemmeno potrebbe bastare la previdenza complementare per garantirsi di una ‘vecchiaia’ decorosa, se nel frattempo non saranno intervenute nuove regole sulla previdenza e sulla solidarietà intergenerazionale. Sarà questa la parità di genere nel 2187?

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